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Ricetta focaccia alta e soffice: la tecnica di impasto che dà risultati sorprendenti

Gianni Mantellinidi Gianni Mantellini· 13/08/2026 11:22
Ricetta focaccia alta e soffice: la tecnica di impasto che dà risultati sorprendenti

Alle sei del mattino, al mercato di Porta Palazzo, c’era un panettiere che appoggiava la teglia sulla pedana del banco come si posa una promessa. La focaccia fumava ancora, alta quanto un indice, lucida d’olio e costellata di piccoli crateri. Io, reduce dal giro dell’ortofrutta per la nostra gastronomia, mi fermavo sempre a guardarla. Ogni volta mi chiedevo come quei pochi ingredienti, farina e acqua in testa, potessero salire così in alto senza perdere gentilezza al morso. Quella domanda, all’epoca, era una curiosità da buongustaio. Poi è diventata mestiere, esperimento dopo esperimento, fino a una tecnica semplice nelle idee e precisa nei tempi.

Il banco del mercato e una promessa di leggerezza

La focaccia che tutti sogniamo non è un miracolo: è organizzazione. Quando viene fuori alta e soffice, con il fondo color nocciola e il profumo buono dell’olio, dietro c’è una regia che inizia molto prima del forno. La verità è che l’aria non si “crea” in cottura, si custodisce lungo il percorso. Ogni passaggio che non schiaccia, che accompagna l’impasto invece di domarlo, regala altezza e briciole leggere.

Ho imparato a pensarla così: più che impastare, bisogna allevare. Lasciare che l’acqua faccia amicizia con la farina, che il tempo lavori per noi, che il calore non abbia fretta. La teglia finale è solo il fotogramma più visibile di una storia molto più lunga.

La tecnica: autolisi, pieghe e maturazione a freddo

Il cuore della faccenda è una triade che non tradisce: autolisi, pieghe in ciotola, maturazione in frigorifero. L’autolisi, parola altisonante per un gesto semplice, è il momento in cui farina e acqua stanno insieme da sole prima di incontrare sale, olio e lievito. In quei minuti la rete del glutine inizia a formarsi con naturalezza, guadagnando estensibilità e forza senza strapazzi.

Le pieghe in ciotola, eseguite con mani umide e delicate, ordinano l’impasto, intrappolano microbolle e gli danno struttura dall’interno. È il momento in cui si vede crescere la fiducia: il composto da colloso diventa setoso, da informe prende carattere. Poi tocca al frigorifero, dove la massa riposa e matura lentamente. In quella frescura, Fermentazione e aromi si allungano, la rete glutinica si assesta, e la futura mollica prepara i suoi piccoli corridoi d’aria. La Lievitazione vera, quella che poi sosterrà l’altezza, è già qui, discreta ma decisiva.

Ingredienti e tempi: la tabella mentale che non tradisce

Per una teglia di casa, 30×40 centimetri, mi affido a proporzioni che non mi hanno mai lasciato a piedi: 500 grammi di farina di forza media, quella che in etichetta parla di W 280-320; 400 grammi di acqua, per una idratazione all’80% che dà slancio; 30 grammi di olio extravergine nella massa e altri per la teglia; 10 grammi di sale, un cucchiaino raso di miele o malto per nutrire il lievito; 2-3 grammi di lievito di birra secco, o 8-10 grammi se fresco. La salamoia finale, che è più di un condimento, la preparo con parti uguali d’acqua e olio, emulsione rapida e un pizzico di sale fino.

Il ritmo della giornata può andare così. Mattina: autolisi di 30-40 minuti, solo farina e circa l’85% dell’acqua prevista. Segue un impasto breve con il resto dell’acqua, il lievito, il miele, l’olio e per ultimo il sale. Pieghe in ciotola ogni 20-30 minuti per tre volte, giusto per mettere ordine. Pomeriggio: una prima salita a temperatura ambiente, il tempo che il volume accenni a crescere. Notte: frigorifero a 4 °C per 12-18 ore, coperto e sereno. Al mattino dopo, l’impasto torna in cucina, si risveglia, e aspetta la teglia un’oretta, a seconda della stagione.

Dall’impasto al forno: gesti che fanno la differenza

La teglia non deve avere paura dell’olio. Un velo generoso sul fondo creerà quella crosticina sottile che regge la mollica morbida. Rovesciando l’impasto si resiste all’istinto di stenderlo subito. Lo si lascia rilassare cinque minuti, poi con le dita appena unte si spinge l’aria verso i bordi, senza forzare. Se si ostina a tirare indietro, lo si lascia respirare altri cinque minuti e ci si riprova. È un dialogo, non un braccio di ferro.

Quando la superficie è distesa, arriva la pioggia: la salamoia, goccia a goccia, e le dita che affondano verticali per formare i classici buchi. Non sono ferite, ma finestre da cui l’olio e l’acqua entreranno a lucidare la mollica durante la cottura. Una seconda lievitazione in teglia, a temperatura ambiente, porta la massa sull’orlo del forno: deve tremolare appena al tocco, segno che è pronta ma non esausta.

Il forno, intanto, è già alla massima temperatura possibile per un domestico affidabile: 230-250 °C. La teglia parte in basso per sette-otto minuti, a creare il fondo, poi si sposta al centro per altri dieci-dodici, fino a colore miele scuro. Se si desidera più fragranza, gli ultimi due minuti con lo sportello appena socchiuso asciugano l’umidità in eccesso. Appena fuori, un soffio d’olio crudo è una carezza profumata.

Errori comuni e correzioni rapide

Se la focaccia resta bassa, di solito il problema è una farina troppo debole o una fretta di calendario. Le reti fragili non reggono l’acqua, e il tempo negato si vendica con molliche compatte. La soluzione è semplice: farina un po’ più forte, pieghe ben date, e un riposo in frigorifero che allunghi la maturazione. Se invece la superficie si lacera durante la stesura, le dita stanno spingendo la massa oltre il limite: bastano dieci minuti di pausa, e la tenuta ritorna.

Una focaccia pallida racconta un forno timido o una salamoia scarsa. L’olio, qui, non è un peccato ma un alleato: conduce il calore, profuma, protegge. Una focaccia troppo salata tradisce una mano pesante nella salamoia: meglio regolare il sale nella massa e tenersi leggeri in superficie. L’uso della farina in stesura è un altro tranello: ne basta pochissima, altrimenti croste sabbiose e stacchi imperfetti. Con le mani appena unte si evita di incollarsi e si preserva elasticità.

Profumi, condimenti e piccole varianti

La bellezza di questa base è che accoglie bene il carattere. La versione classica vuole solo rosmarino, un pizzico di sale grosso e magari qualche rondella sottile di cipolla. Ma la stagione insegna. In primavera qualche asparago scottato a vapore, in estate i pomodori datterini strizzati per non allagare la teglia, in autunno una crema leggera di zucca a puntini, d’inverno olive taggiasche e acciughe. Sempre senza esagerare: la focaccia alta chiede equilibrio, non peso.

Chi ama le note dolci può sostituire il miele con una punta di malto d’orzo, che aiuta colore e profumi. Per una mollica ancora più setosa, un 2-3% di patata lessa schiacciata dentro l’impasto regala umidità stabile. Sono dettagli che non cambiano la grammatica, ma arricchiscono il dizionario dei sapori.

Servizio e conservazione

Appena sfornata, la focaccia ha bisogno di cinque minuti di quiete sulla griglia, così il vapore interno si ricompone e la base non suda. Si taglia con una lama seghettata per non schiacciare la mollica, e si serve tiepida, quando l’olio profuma come deve. Se avanza, si conserva avvolta in un panno per la sera. Il giorno dopo, un passaggio rapido in forno caldo la risveglia. Si può anche congelare a tranci, e rinvenire a 200 °C, senza perdere onore.

Mentre la mangio, ripenso a quella teglia di Porta Palazzo e al modo in cui il panettiere la posava, quasi si trattasse di una dichiarazione d’intenti. Lì ho imparato che l’altezza non è un capriccio, è una conseguenza di gesti misurati. A casa, bastano autolisi e pieghe, un frigorifero paziente e il rispetto dei tempi. Il forno fa il resto, ma solo se lo accompagniamo fin lì con la cura di chi ha scelto di allevare un impasto, non di domarlo. E ogni volta che la crosta cede e la mollica si apre, quella promessa del mercato si compie di nuovo, semplice e sorprendente.

Gianni Mantellini
Gianni Mantellini

Gianni ha trascorso la vita tra i mercati alimentari di Torino, dove ha gestito una piccola gastronomia con la moglie. È appassionato di piatti tradizionali piemontesi e adora condividere i trucchi per fare agnolotti perfetti e bolliti misti dal sapore autentico.