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Focaccine morbide in padella: il tipo di farina ideale per un risultato soffice

Gianni Mantellinidi Gianni Mantellini· 16/08/2026 07:01
Focaccine morbide in padella: il tipo di farina ideale per un risultato soffice

La prima volta che ho provato a cuocere focaccine sul fornello, ricordo il sibilo basso dell’olio nella padella di ghisa e il profumo che si arrampicava fino alle scale della piccola gastronomia che gestivo con mia moglie a Torino. Arrivavano clienti attratti come dal suono di una campanella, ma la verità è che quelle focaccine erano buone solo a metà: belle dorate, sì, ma non abbastanza morbide. Ci ho messo del tempo a capire che il segreto non era il calore della fiamma o il giro di olio, bensì la scelta della farina. In strada, al mercato di Porta Palazzo, i sacchi aperti mi hanno insegnato più dei manuali: toccare, annusare, ascoltare i mugnai. È lì che ho iniziato a intuire come una sigla o un numero sulla confezione possano determinare la sofficità di un morso.

Una questione di farina: 0, 00 o 1?

Quando si parla di farina per focaccine cotte in padella, la diatriba tra 0, 00 e 1 somiglia alle discussioni tra appassionati al banco del pane. La 00 è finissima, quasi setosa, e dà impasti docili ma talvolta un po’ pigri, più portati alla scioglievolezza che alla spinta. La 0 è un gradino sopra per robustezza: trattiene meglio i gas, offre una maglia glutinica più elastica e, in mano, si lascia lavorare come una stoffa che non teme strappi. La 1, con una quota di crusca residua, aggiunge carattere e sapore, ma richiede più attenzione all’idratazione per non irrigidire la briciola.

Sulle focaccine in padella, dove il calore arriva dal basso e la cottura rimane breve, ho trovato nei test che la 0 rappresenta il miglior compromesso. Se poi la si mescola con una percentuale contenuta di manitoba, il risultato migliora: struttura sufficiente a sostenere la spinta del gas, ma al morso una nuvola. È un equilibrio di piccoli dettagli che si riflettono in grandi differenze sul piatto.

La forza W e le proteine: numeri che contano

Sulle etichette delle farine di qualità compare la forza, indicata con la lettera W. È un numero che racconta la tenuta dell’impasto e la sua capacità di incamerare gas durante la Fermentazione. Per le focaccine in padella, la fascia felice si colloca, nella mia esperienza, tra W 240 e W 300. Più in basso si corre il rischio di un impasto troppo debole; più in alto si finisce in territori da lievitazioni lunghe, interessanti ma non sempre necessari.

Oltre alla forza, osservo il tenore proteico: attorno al 12-13 percento è uno spartiacque affidabile. Una farina 0 con 12,5 percento di proteine, magari rinforzata con un 25-30 percento di manitoba da W 320, produce un impasto capace di gonfiare rapidamente, senza irrigidirsi. La componente proteica non è un feticcio numerico: significa una rete glutinica capace di trattenere i gas e, in padella, tradursi in quel leggero scalino tra superficie dorata e interno che cede sotto le dita.

Chi desidera una nota più rustica può spingere verso una 1 ben setacciata, ma conviene alzare leggermente l’idratazione per compensare le fibre. In ogni caso, con le focaccine da padella evito farine eccessivamente deboli: tendono a “sedersi” non appena incontrano il calore, perdendo la spinta che regala morbidezza.

Impasto, riposi e temperatura

La farina giusta mostra il meglio se la si lascia parlare con calma. Io parto sempre da un’idratazione intorno al 62-65 percento, olio extravergine in piccola dose per ammorbidire la mollica e migliorare la conduzione del calore, sale al 2 percento perché la sapidità non resti un pensiero di fine corsa. Il lievito di birra, fresco o secco, lo mantengo discreto: basta che metta in moto l’orologio dell’impasto, non serve che corra la maratona.

Una breve autolisi di venti minuti, solo farina e acqua, aiuta la farina 0 a idratarsi con pazienza. Quando poi entrano sale, lievito e olio, l’impasto risponde più docile, meno incline alle screpolature. La temperatura è un alleato silenzioso: intorno ai 24-25 gradi il lavoro dei lieviti è lineare, la rete glutinica si tende senza sforzi e le pieghe leggere, date ogni tanto, costruiscono struttura senza irrigidire. Arrivare a un raddoppio non è una regola cieca; preferisco valutare il tatto e l’elasticità, la lentezza con cui la fossetta di un dito risale in superficie.

Quando divido in palline, le tratto con rispetto, come si fa con i tomini appena scartati al mercato. Una breve pirlatura, poi riposo coperto. Stendere con le dita, non con il mattarello, lascia intatta l’aria accumulata. Al massimo accompagno con il palmo per avere dischi regolari, spessore poco sotto il centimetro per chi ama la mollica soffice, più sottile se si cerca un morso che cede e poi ritorna.

Cottura in padella: vapore, calore, profumo

La padella è un teatro stretto dove il calore gioca per contatto, e qui la farina bella forte mostra il suo carattere. La preriscaldo su fiamma media, lascio che sia il dorso della mano, avvicinato con prudenza, a dirmi se è pronta. Un velo d’olio non per friggere, ma per lucidare e dare spazio alla Reazione di Maillard, che in pochi minuti colora senza bruciare.

Il coperchio è il compagno discreto di questa cottura: trattiene l’umidità e crea quel poco di vapore che aiuta il cuore della focaccina a distendersi. Giro una sola volta, senza fretta, quando la base è dorata ma non rigida. A fine cottura mi piace pennellare una miscela leggera di acqua e olio, calda quanto basta, che restituisce umidità alla crosta e ne prolunga la tenerezza. Chi ama le note aromatiche può sfregare appena un rametto di rosmarino o una scorza di limone, ma è la farina, se ben scelta, a determinare il senso del morso.

La differenza con il forno sta tutta nella dinamica del calore: in padella manca l’avvolgimento uniforme, e il tempo di reazione è immediato. Per questo la maglia glutinica dev’essere pronta e le alveolature già impostate al momento della stesura. La cottura non perdona impasti stanchi: si vede dal bordo che non si solleva e dalla superficie che si macchia invece di dorare.

Errori comuni e piccoli rimedi

Se una focaccina resta compatta, spesso la colpa è della farina troppo debole o dell’idratazione timida. In questi casi ricorro a una miscela diversa, portando la quota di farina forte al 30 percento e aggiungendo qualche goccia d’acqua in più, lavorando con riposi più lunghi. Se, al contrario, l’impasto tende a strapparsi, potrebbe essere troppo rigido o sovralavorato: lascio rilassare dieci minuti e riprendo con delicatezza, come faceva mio padre con l’impasto degli agnolotti quando la fretta gli increspava le dita.

Un secondo inganno è pensare che la 00 renda per forza la focaccina più soffice. In realtà, la sofficità nasce dalla capacità di trattenere i gas: serve elasticità controllata, non solo finezza di macinazione. Per questo consiglio a chi muove i primi passi di anzitutto trovare una buona 0 con W intorno a 260, poi, se serve, giocare di fino con le percentuali. La padella, con la sua immediatezza, premia queste scelte con generosità.

C’è poi la questione del tempo. La fretta accorcia la Fermentazione e porta con sé un aroma giovane, a volte acerbo. Un riposo in frigo di qualche ora, anche solo una notte, cambia il carattere dell’impasto e lo rende più collaborativo. Lo vedo al tatto quando allargo il disco: resiste quanto basta e poi si arrende, senza protestare.

Dalla bancarella al piatto, una regola semplice

Al mercato ho imparato a fidarmi degli occhi e della voce: scegliere una farina non è un atto burocratico, è una promessa di consistenza. Per le focaccine al fornello, la regola che mi accompagna è sobria: una 0 di buona forza, proteine tra 12 e 13 percento, idratazione generosa ma non sfrontata, e un’attenzione quieta in cottura. Con questi ingredienti invisibili, ogni gesto si allinea e la padella diventa un piccolo forno tascabile.

Quando l’ultima focaccina esce dorata e il vapore si disperde piano, ripenso alle mattine torinesi, ai sacchi di farina aperti e alle dita infarinate di mia moglie sulla cassa. Ogni volta che azzecco la farina, ritrovo quel silenzio soddisfatto del negozio appena spazzato. È un cerchio che si chiude: dalla scelta di un tipo di macinazione alla briciola che cede in bocca, lo stesso filo unisce gesto e sapore. E la padella, complice fedele, racconta in pochi minuti tutta la strada fatta dalla farina alla sofficità.

Gianni Mantellini
Gianni Mantellini

Gianni ha trascorso la vita tra i mercati alimentari di Torino, dove ha gestito una piccola gastronomia con la moglie. È appassionato di piatti tradizionali piemontesi e adora condividere i trucchi per fare agnolotti perfetti e bolliti misti dal sapore autentico.